TRACCE - La mia vita. I miei pensieri. Letteratura. Poesia.

 



giovedì, 02 luglio 2009
 

Ogni oggetto bello è opaco – nasconde. E gli occhi si affaticano a lungo e vanamente a percorrerne la superficie e a penetrarne gli interstizi, per cogliere anche solo qualche indizio che appena possa trapelarvi di ciò che è oltre, nascosto.

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lunedì, 29 giugno 2009
 

I credenti non sono spesso che atei in malafede – e viceversa.

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mercoledì, 24 giugno 2009
 

La sistematica distorsione della verità, che è ormai diventata una delle caratteristiche più inquietanti del potere politico in Italia, si manifesta sul piano linguistico nella deformazione metodica dei termini più corretti ed appropriati. Che cosa c’è di meglio ad esempio, se si agisce al di fuori della morale (basta pensare a certi comportamenti non precisamente raccomandabili del nostro premier), che accusare gli avversari di ‘moralismo’? E se non si rispetta proprio scrupolosamente la giustizia (come sopra), è certo che coloro che avranno qualcosa da eccepire verranno bollati come dei ‘giustizialisti’. Inutile dire, poi, che chiunque oserà lamentarsi dell’eccessivo intervento delle gerarchie ecclesiastiche nella vita pubblica italiana verrà subito tacitato con l’infamante accusa di essere, invece che un laico, un ‘laicista’.

All’eclisse dei termini corretti – moralità, giustizia, laicità – corrisponde il trionfo di comportamenti che non solo tradiscono i valori significati da quei termini, ma che si autogiustificano deturpandoli e violentandoli: la moralità diventa così ‘moralismo’, la giustizia ‘giustizialismo’, la laicità ‘laicismo’.

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lunedì, 22 giugno 2009
 

Il desiderio sessuale: questo richiamo che proviene da una regione profondissima dell’anima, come lo spasimo di una ferita invisibile.

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giovedì, 18 giugno 2009
 

La poesia sta alla storia come una bottiglia che galleggi sull'acqua sta al mare. Ma non v'è alcun messaggio nella bottiglia della poesia. Il naufrago che l'ha affidata all'oceano è già affogato – perduto per sempre. La sua bottiglia è vuota.

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giovedì, 11 giugno 2009
 

Ed ancora Ungaretti, questo grande, grandissimo poeta oggi forse un po’ troppo dimenticato. Sono i versi conclusivi di Canto:

...

E la crudele solitudine

che in sé ciascuno scopre, se ama,

ora tomba infinita,

da te mi divide per sempre.

Cara, lontana come in uno specchio

...

Nell’ultimo, straziato endecasillabo è espressa tutta la dolorosa ambiguità dell’amore: che è come uno specchio in cui ci riflettiamo e ritroviamo noi stessi, e insieme una linea divisoria che ci separa irrimediabilmente dall’oggetto del nostro desiderio. La stessa distanza infinita di un’immagine speculare: talmente vicina che sembra quasi di poterla toccare con le dita, e tuttavia inafferrabile.

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lunedì, 01 giugno 2009
 

Sorpresa

dopo tanto

di un amore

Sembra un haiku giapponese. Sono invece tre versi di Ungaretti, che uniti insieme – come accade spesso con i suoi frammenti a volte brevissimi – formano un classico endecasillabo. Ma un endecasillabo tutto pause, tutto silenzi interni, come penetrato di aria e di luce; tanto delicato e leggero quanto musicalmente perfetto – e misterioso, intraducibile, come la stessa esperienza d’amore a cui dà voce.

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Ormai lo stesso incubo, ad ogni scadenza elettorale. La stessa angoscia. Ma com'è possibile? E vincerà di nuovo lui?

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martedì, 26 maggio 2009
 

Mi rannicchio in posizione fetale nel grembo vellutato della notte.

Ciò che è atroce è tenuto a distanza. Tutto è buio, di nuovo.

Null’altro – e ne sono rasserenato – che buio.

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martedì, 19 maggio 2009
 

Non amiamo mai quella donna particolare; è sempre ad altro che si volge il nostro desiderio – ad un paesaggio, ad un’atmosfera, ad una sensazione. Ma è un "altro" che solo in quella donna si dà, adesso e per sempre, e che mai si darà a noi in un modo diverso.

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mercoledì, 13 maggio 2009
 

Forse la giovinezza è solo questo:

perenne amare i sensi e non pentirsi.

(Sandro Penna)

.

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lunedì, 11 maggio 2009
 

Un  visage semblable à tous les visages oubliés (Paul Eluard). Un viso che somiglia a tutti i visi dimenticati…

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venerdì, 01 maggio 2009
 

C’è poco da dire: con cinquant’anni di anticipo, e pur avendo avuto la fortuna di non conoscere né Berlusconi né Emilio Fede, Ennio Flaiano aveva capito tutto, ma proprio tutto.

Osservava che “gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura”. E questo perché – aggiungeva – “gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore”.

Poteva annotare del resto (ed è cambiato forse qualcosa da allora?): “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”.

E quanto al futuro, ahimé, prevedeva questo: “Fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione”.

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giovedì, 30 aprile 2009
 

Certo, si dice: sventurato colui che non muore e non rinasce almeno una volta nella sua vita. E forse è davvero così. Tuttavia, come dimenticare l'umorismo atroce del grande Stanislaw Lec? "Soltanto i cadaveri possono risuscitare. Per i vivi è più difficile".

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mercoledì, 29 aprile 2009
 

Diffidare sempre di chi parla – prete o politico-prete o prete-politico – di sacralità della vita. Sarebbe pronto a torturare, sarebbe pronto ad uccidere, pur di affermarla e difenderla, la propria fede nella vita.

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sabato, 25 aprile 2009
 

Di fronte all’orrore è dunque falsa qualunque raffigurazione edulcorata della realtà? Solo l’immagine del male può rispondere al male? No, l’arte e la poesia hanno un’altra possibilità: quella di rispondere al male con il non-male assoluto, con l’immagine del Bene che non c’è, dell’utopia. Certo, il rischio della falsità, del kitsch e dell’autoconsolazione è sempre in agguato; ma gli artisti davvero grandi non rischiano di cadervi. Un esempio? Ecco due dipinti del grande Marc Chagall – che non era un illuso, che il male lo conosceva. Eppure…

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giovedì, 23 aprile 2009
 

È possibile chiudere gli occhi di fronte alla violenza, alla sofferenza, al male? Voltare le spalle, fuggire. O è necessario guardare in faccia l’orrore, guardarlo sempre ad occhi spalancati e fissi, fino ad immobilizzarsi in una muta, raggelata allucinazione? Io credo che in particolare sia questo e non altro il compito della grande pittura – come dimostrano le opere di quella che, a mio parere, è oggi la più grande artista vivente: Jenny Saville.

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venerdì, 17 aprile 2009
 

Come avrei voluto intrattenere una corrispondenza epistolare con una donna come Marina Cvetaeva! Non era di quelle persone (la maggioranza!) che hanno bisogno del contatto fisico continuo per mantenere vivo un amore. Né la distanza fra lei e l'uomo amato le raffreddava i sentimenti, come avviene quasi sempre: ma li portava anzi ad una intensità suprema, tutta spirituale. Più l'altro era assente, più forte divampava in lei la passione.

"Abbiate paura delle mie lettere. - scriveva ad un giovane scrittore di cui si era innamorata - Bruciàtele oppure custodìtele con cura... Io sono più passionale di Voi nella mia vita epistolare: persona di sentimenti, nell'assenza mi trasformo in creatura di passioni, giacché la mia anima è passionale, e l'Assenza è il paese dell'Anima". E che cosa gli chiedeva? Nulla di meno di un miracolo, come è giusto pretendere in un rapporto d'amore: "Voglio da Voi il miracolo. Il miracolo della fiducia, il miracolo della comprensione, il miracolo della rinuncia. Voglio che Voi, coi Vostri venti anni, diventiate un vecchietto di settanta e insieme un bambino di sette; non voglio età, lotte, barriere".

Non più età, non più lotte, non più barriere... Davvero, mi sarebbe piaciuto corrispondere con Marina Cvetaeva.

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martedì, 14 aprile 2009
 

Trovo scritto nello Zibaldone, in data 11 febbraio 1821: "Non c'è forse persona tanto indifferente per te, la quale salutandoti nel partire per qualunque luogo, o lasciarti in qualsivoglia maniera, e dicendoti, non ci rivedremo mai più, per poco d'anima che tu abbia, non ti commuova, non ti produca una sensazione più o meno trista".

Com'è profondamente vero! Forse è la memoria struggente di tutto ciò che abbiamo già perduto, delle persone care che non ci sono più, degli amori finiti oppure nemmeno iniziati; forse è la coscienza dei tanti desideri che per noi non si realizzeranno mai; forse è soltanto il pensiero della morte, di cui ogni abbandono è l'anticipazione e l'oscuro presagio: ma sentirsi dire - anche da una persona, come scrive Leopardi, del tutto indifferente - che non ci rivedremo mai più, fa male, fa molto male. E ciò nonostante, quelle due terribili parole, "mai più", quante volte le dobbiamo pronunciare! Quante volte io stesso, anche adesso, anche in questo istante, le devo ripetere fra me e me! Jamais. Nevermore. Mai più, mai più.

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sabato, 11 aprile 2009
 

“Una persona la conosce solo colui che l’ama senza speranza” (Walter Benjamin).

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lunedì, 06 aprile 2009
 

“Se ad esempio, girovagando per la città, getto lo sguardo in uno di quei cortili tranquilli, nei quali nulla è cambiato da decenni, avverto quasi fisicamente come il flusso del tempo si rallenti nel campo gravitazionale delle cose obliate. Tutti i momenti della nostra vita mi sembrano allora raccolti in un solo spazio, proprio come se ciò che accadrà in futuro esistesse già e aspettasse soltanto il nostro arrivo, così come noi, a seguito di un invito accettato in precedenza, arriviamo in una certa casa a una certa ora. E non potremmo immaginare, proseguì Austerlitz, di avere appuntamenti anche nel passato, in ciò che è già avvenuto e in gran parte è scomparso, e di dover cercare proprio nel passato luoghi e persone che, quasi al di là del tempo, hanno con noi un rapporto?” (W.G. Sebald, Austerlitz).

.

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Mi affascina questa idea di tutta una vita, passata e futura, raccolta “in un solo spazio”, così che basterebbe mettersi alla ricerca e guardare fissamente ogni luogo intorno a noi, ogni evento, ogni persona, per avere la speranza di accedere un giorno al nostro spazio, alla nostra verità più profonda, di ieri come di domani. Di fatto il romanzo di Sebald (fra parentesi, uno dei più belli che siano apparsi negli ultimi anni) è il racconto di una ricerca del genere, lunga tutta una vita. Ma in realtà il protagonista non riesce nella sua impresa se non in parte; e a poco a poco all’immagine del passato come uno spazio senza tempo, in attesa di essere riscoperto da noi, si sostituisce nel romanzo un’immagine più oscura, più inquietante: quella di un abisso senza luce, aperto vertiginosamente sotto i nostri piedi, assolutamente irraggiungibile. Davvero orrido – commenta un personaggio – “era vedere che a un passo dal terreno solido si spalancava un simile vuoto, comprendere che non vi era transizione alcuna, ma solo quella linea di confine, da un lato la vita nella sua ovvietà e dall’altro, di questa vita, l’inimmaginabile antitesi”.

postato da Tristano | 12:26 | commenti (6)


domenica, 05 aprile 2009
 

L'argilla più tenace, quella che soffoca il seme,

la raggiunge la pioggia del temerario aprile.

L'alito, il tocco delle dolci dita

sapranno scardinare casseforti.

 

Un volo di colombe può rovesciare una torre,

un battere di ciglia invertire un destino.

E si turba l'argilla, quasi cede,

si ostina il seme, trova la sua verticale.

 

(Maria Luisa Spaziani)

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lunedì, 30 marzo 2009
 

Ci sono dei versi che a volte ti vengono in mente e non ti lasciano più per ore. Li ripeti come un mantra. Accompagnano la tua tristezza: la esprimono e insieme la alleviano. Oggi, malinconico più del solito, ai limiti quasi della depressione, non riesco a togliermi di testa questi versicoli di Apollinaire, tanto banali, forse, quanto leggeri, come se fossero fatti d’aria:

 

Les feuilles

qu'on foule

Un train

qui roule

La vie

s'écoule

 

Si potrebbe tradurre, molto liberamente, così:

 

Le foglie sotto i piedi. Un treno in fuga.

La vita che va via...

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martedì, 24 marzo 2009
 

"Aprile è il mese più crudele...": sì, forse è così. Eppure lo sento già nell'aria; sta giungendo, insieme alla primavera. E io ne sono rasserenato, nonostante tutto. E lo aspetto con timida speranza, con l'emozione di sempre: il delicato aprile, il mese più leggero.

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Siamo fatti di paure, siamo un intreccio inestricabile di paure: di così tante paure che spesso non possiamo che usarle una contro l'altra, giungendo magari a liberarci di una paura meno forte grazie ad un'altra più forte. Nulla di meglio, ad esempio, per vincere la paura degli altri, che la paura della solitudine; oppure, all'inverso, che la paura degli altri per superare la paura di stare soli con se stessi.

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mercoledì, 18 marzo 2009
 

Una poesia stupenda, forse la più intensa delle pochissime che scrisse Cristina Campo. Una poesia atroce. Parla dell'assenza e della preghiera, due temi che sono strettamente legati, più di quanto si pensi di solito. Qui l'assenza è dei due genitori della poetessa, ma questi versi strazianti possono valere per chiunque soffra a causa dell'assenza di una persona. La preghiera è sempre la stessa: la preghiera che la Tigre lasci almeno continuare la preghiera, e non la divori per sempre.

 

Ahi che la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera... 

postato da Tristano | 23:25 | commenti (4)


venerdì, 13 marzo 2009
 

"Amore mio, non ho parole per scrivere questa lettera... la sto scrivendo nel vuoto dello spazio. Forse al tuo ritorno non mi troverai. Allora questa lettera sarà per te il mio unico ricordo... La vita può davvero essere lunga. Com'è duro e lento per noi questo destino di morire soli. Come può un simile destino toccare a due esseri inseparabili? Cuccioli e infanti, quando ce lo siamo meritato? Tu hai meritato questo, angelo mio? Tutto continua come prima. Non so nulla. Sì, invece, so tutto... ogni giorno, ogni ora della tua vita mi appaiono chiari e distinti come in un delirio... Nel mio ultimo sogno ti compravo del cibo in un sordido ristorante d'albergo. Gli uomini intorno a me erano perfetti sconosciuti. Dopo averlo comprato, mi rendevo conto che non sapevo dove portarlo, perché non so dove sei... Quando mi sono svegliata ho detto a Sura: "Osia è morto". Io non lo so se tu vivi ancora, ma dopo quel sogno ho perduto ogni tua traccia. Non so dove ti trovi. Mi puoi sentire? Sai quanto ti amo? Non potrei mai dirti quanto ti amo. Neanche ora riesco. Parlo con te, solo con te. Tu mi sei sempre accanto, e io che sempre sono stata così dura e irascibile, e non ho mai saputo piangere semplici lacrime... ora io piango e piango e piango ancora... Sono io: Nadia. Dove sei tu?" (da una lettera di Nadežda Mandel'štam a Osip Mandel'štam, datata 22 ottobre 1938 e mai spedita: probabilmente il poeta, detenuto in un lager in Siberia, era già morto).

 

.

Da quando ho letto questa pagina straziante, non faccio che ripeterla fra me e me, affascinato. È il modello purissimo della lettera d'amore. C'è la parola che parla e che parla (parlo con te, solo con te), e c'è la coscienza di quell'ineffabilità che rende l'amore così simile ad un'esperienza religiosa (Non ho parole... non potrei mai dirti quanto ti amo). C'è il non sapere, che dà angoscia (Non so nulla), e c'è il sapere: un sapere assoluto e totale, che dà quasi l'ebbrezza (Sì, invece, so tutto...). C'è quel senso atroce della solitudine che solo l'amore sa rivelare (questo destino di morire soli...) e insieme l'impossibilità di separarsi da colui che si ama: presenza irreale che diventa ossessione continua e febbrile (Parlo con te, solo con te. Tu mi sei sempre accanto). C'è la definizione di se stesso (Sono io: Nadia) in rapporto ad un tu, che solo potrebbe dare a quell'io una realtà: ma il tu non c'è, e la lettera d'amore finisce così col trasformarsi in un interrogativo disperato: Dove sei tu? – L'amore non è altro che questo: una domanda rivolta al vuoto, rivolta al nulla. "Io ti amo" significa, né più né meno, "Dove sei tu?".

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domenica, 08 marzo 2009
 

Non è che siamo condannati alla solitudine. Siamo sempre in compagnia, sempre in dialogo. Ma il fatto è che ad ogni momento, anche se fingiamo di non rendercene conto, dobbiamo prendere congedo.

(Scrive Rilke, nelle Elegie Duinesi: "Chi ci ha rivolti così, che noi, / comunque facciamo, siamo nell'atteggiamento / di uno che parte? Come chi, / sull'ultimo colle, che ancora una volta la valle / tutta gli mostra, si volge, si ferma, indugia - / così noi viviamo, e sempre prendiamo congedo").

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sabato, 28 febbraio 2009
 

"Che poi la vita sia bene per se medesima, aspetto che tu me lo provi, con ragioni o fisiche o metafisiche o di qualunque disciplina. Per me, dico che la vita felice, saria bene senza fallo; ma come felice, non come vita. La vita infelice, in quanto all’essere infelice, è male" (Giacomo Leopardi, Dialogo di un fisico e di un metafisico, Operette morali).

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sabato, 21 febbraio 2009
 

"Tu vas avoir quatre-vingt-deux ans. Tu as rapetissé de six centimètres, tu ne pèses que quarante-cinq kilos et tu es toujours belle, gracieuse et désirable. Cela fait cinquante-huit ans que nous vivons ensemble et je t'aime plus que jamais. Je porte de nouveau au creux de ma poitrine un vide dévorant que seule comble la chaleur de ton corps contre le mien".

"Tu stai per avere ottantadue anni. Ti sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacinque chili e sei sempre bella, graziosa e desiderabile. Sono cinquantotto anni che noi viviamo insieme e io ti amo più che mai. Porto di nuovo nel vuoto del mio petto un vuoto divorante che solo sa riempire il calore del tuo corpo contro il mio".

È questo l’inizio di un libro di André Gorz, Lettre à D. Histoire d'un amour. Il brano è così delicato, così struggente, così bello e doloroso nell’originale francese, che quasi mi dispiace di averlo tradotto, di averlo guastato. Gorz scrisse il libro, dedicato alla moglie Dorine, nel 2006. L’anno successivo si sarebbe tolto la vita insieme a lei: aveva 84 anni, Dorine 83.

postato da Tristano | 00:25 | commenti (8)
 

Per chi mi vuol scrivere

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Qualche citazione

"Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera" (Giacomo Leopardi, Dialogo di Tristano e di un amico).

"Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v'è altro bene che il non essere: non altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l'universo; non è altro che un neo, un bruscolo in metafisica. L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un'imperfezione, un'irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l'universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla" (Giacomo Leopardi).

"Confessò a se stesso di cercare il paradiso in terra e che era questo il motivo della sua depressione" (Peter Handke).

"Un'intelligenza acuta per distruggermi, e un potere di sogno desideroso di distrarmi... Una volontà morta e una riflessione che la culla come un figlio vivo..." (Bernardo Soares / Fernando Pessoa).

 

Qualche libro che ho appena letto

Antonio Tabucchi, Tristano muore
(beh non si può dire che sia molto benaugurante per me, ma che farci? Tabucchi è un grande scrittore...)

Bruce Chatwin, Le vie dei canti

Iosif Brodskij, Dall'esilio

Eric-Emmanuel Schmitt, Milarepa

Cees Nooteboom, Il giorno dei morti

 

 


 
 
 
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