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Camminiamo con gli occhi semichiusi, come sonnambuli, lungo un sentiero circondato da spazi di luce e da baratri oscuri. Sfioriamo ad ogni passo i giardini dell’eden che da sempre abbiamo nel cuore; e ad ogni passo rasentiamo l’orlo del precipizio, rischiando di sprofondarvi. Ma non ci accorgiamo di nulla e non vediamo nulla. Dormiamo. Così trascorre, anno dopo anno, tanto faticosa quanto inconsapevole, la nostra vita.
Sul tuo corpo sognano le mie mani ombre e ombre di corpi.
Come tutto è più bello se visto da lontano: le case e le città, le colline ed il mare (sabato scorso, dalla cima del promontorio di Portofino, dopo il tramonto, come una collana di minuscole gemme nel buio, le luci di Genova, di Savona, in distanza…).
Sogno una donna che giunga ad amarmi fin dentro la mia solitudine.
Perché ci sia un rapporto erotico essenziale fra un uomo e una donna bastano le mani e la superficie della pelle, null’altro. Le mani che si muovono lentamente e con infinita cautela, come se cercassero, o temessero, qualcosa. La pelle che si allontana e si avvicina, che le accoglie e le accompagna, forse anche per ore. Gli occhi possono rimanere semichiusi. La luce, a poco a poco, può cedere – e così dovrebbe essere – alle prime ombre della sera.
Se talvolta, solo a ripensarlo, non ci facesse soffrire in modo lancinante, il passato non sarebbe diverso da un sogno tanto complicato e implausibile quanto evanescente.
Spostarsi nella luce sempre più aperta e più diffusa: scivolare all’indietro, nel passato; ricordarne l’implausibile chiarore. Così la memoria ci rasserena, facendoci presente che non tutto è oscuro, come adesso, nel tempo. Un’altra luce è possibile. Un altro sguardo. Un altro modo di aprire gli occhi all’universo.
Questa giovinezza del desiderio. Come un repentino defluire dal passato più remoto nel presente. Dall’oltretempo nel tempo. Il sesso come puer aeternus che parla e ride in noi.
Ai limiti estremi di me stesso. Questo disorientamento nei confronti dell’altro. Questa confusa stupefazione. Che è insieme paura e insieme desiderio – più rovente, più acre desiderio.
La serenità in me va declinando a poco a poco, come questa luce nel cielo pomeridiano che sembra ancora la stessa e invece impercettibilmente sta già sbiadendo, segnata appena, verso occidente, da fioche sfumature color di rosa. Eppure non c’è nessun motivo perché io debba sentirmi malinconico o anche soltanto inquieto; sono lo stesso di ieri e di ieri l’altro. Nessuna minaccia – io credo – si sta profilando all’orizzonte. E ciò nonostante, da qualche ora, tutto procede come se stessi scivolando verso un malessere che mi fa paura. È come se anche i miei umori e i miei stati d’animo fossero regolati da un loro ritmo naturale, analogo a quello delle ore del giorno o a quello delle stagioni: a un periodo di benessere ne segue un altro meno felice; poi – ne sono più che certo – di nuovo tutto si schiarirà e poi ancora si oscurerà; e così via, secondo una prevedibile cadenza, indipendentemente dalla mia volontà. Forse dovrei cercare di resistere: oppormi con tutte le mie forze a questa deriva in apparenza ineluttabile – e se adesso, intorno a me, sta calando un crepuscolo via via più cupo e opprimente, dovrei decidermi di essere vitale ed aperto, come pure riuscivo ad essere ancora questa mattina; e se sono tentato di chiudermi nel silenzio di me stesso, dovrei invece cercare la gente e il rumore e la confusione. Ma da sempre ho scelto di essere docile ai mutamenti che la natura viene operando in me: e cerco di non reprimere nulla, di lasciare che tutto si muova nella mia anima con la leggerezza di un soffio di vento nell’aria. Una mia amica diceva che in me c’è come un singolare ottimismo: l’ottimismo della disperazione. Può darsi. La verità è che, nel profondo di me stesso, semplicemente non so che cosa fare o – che è lo stesso – non mi pare di avere alcuna forza per decidere di fare qualcosa. Mi sento fragile e senza peso come una foglia. E lascio che un minimo soffio di vento mi faccia rabbrividire senza un motivo, mi sollevi a un tratto nel cielo oppure, come adesso, mi faccia discendere verso terra. La mia forza – se ce n’è una – è tutta in questa mia rinuncia a resistere alla vita.
Mi ravvolgo nel silenzio, come in una coperta morbida e calda. Non ho desideri, non ho rimpianti. Sono sereno. Come una sentinella che nel buio sia in attesa dell’alba.
Noi non apparteniamo a nessuno. A nessuno se non a noi stessi. Ma non alla nostra volontà cosciente, ai nostri capricci, ai nostri sempre mutevoli desideri: piuttosto, a quel "qualcosa" che dentro di noi ci fa essere noi stessi. E' qualcosa di indicibile, come una luce minima. Solo un poeta potrebbe provare a "dirla". René Char, ad esempio. "Nous n'appartenons à personne sinon au point d'or de cette lampe inconnue de nous, inaccessible à nous qui tient éveillés le courage et le silence". Vittorio Sereni traduce così: "Non apparteniamo ad alcuno se non al punto d'oro di quella lampada a noi sconosciuta, a noi inaccessibile, che tiene desti il coraggio e il silenzio".
giovedì, 21 febbraio 2008
Degli amori passati rimane alla fine così poco – qualche immagine sfocata di lei, il ricordo di un viaggio, un piccolo regalo, qualche foto – che ci si chiede se sia valsa davvero la pena di sconvolgere così melodrammaticamente la nostra vita: ha avuto un senso affannarsi tanto per un incontro, soffrire tanto per un abbandono? non sarebbe stato meglio, tutto sommato, non avere mai conosciuto quella donna o in ogni caso non avere neppure iniziato quella relazione? Ma alla fine si scrollano le spalle e ci si dice che tutto ciò che è successo non può che aver contribuito ad arricchire la nostra vita, non può che aver avuto un senso. Anche se, al fondo di noi stessi, quasi senza confessarcelo chiaramente, sappiamo che no, forse non è così, purtroppo…
domenica, 17 febbraio 2008
Giovedi 17 febbraio 1600 - anno santo – Giordano Bruno viene condotto a Campo de’ Fiori con la lingua “in giova", cioè con una mordacchia che gli impedisce di parlare. Spogliato nudo e legato a un palo, gli viene messo davanti al volto un crocefisso, da cui ostentatamente distoglie lo sguardo. Poi, viene bruciato vivo.
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giovedì, 07 febbraio 2008
A volte, di colpo, entro nel vuoto. Sono sempre io, ed ho coscienza di me stesso e del mondo. Vedo le persone e le luci dei negozi, le strade e le automobili, i palazzi e le chiese. Ma sono nel vuoto. È come se non ci fosse più nulla, in me e intorno a me. Respiro, ed è soltanto dell’aria che si muove nell’aria; alzo una mano, ed è un colore che scivola in un altro colore, uno spazio inerte che dà luogo ad uno spazio non meno inerte. Come se ogni cosa si lasciasse andare, dimenticasse di esistere, scivolasse in un imbuto di vetro senza confini. Potrei chiudere gli occhi od aprirli, e non cambierebbe nulla. Da ogni parte un silenzio immenso, che avvolge a poco a poco tutta la città, come quando nevica di notte. Il vuoto: una cavità bianca, un’apertura infinita, che inizia a risucchiare anche me, che mi scioglie e, piano piano, mi va cancellando, insieme ai miei pensieri, ai miei sogni, alle mie stesse angosce e paure.
Un'esperienza in realtà brevissima, che dura soltanto pochi secondi: ma è come se una intera vita fosse trascorsa, quando il mondo torna a riempirsi di nuovo di cose e di uomini e di luci; e io mi accorgo di essere in piedi, appoggiato ad un muro, appena stordito, e ancora colmo di un doloroso stupore.
venerdì, 01 febbraio 2008
Se davvero – come ormai è certo – si andrà alle elezioni, ho deciso: per la prima volta in tanti anni voterò scheda bianca, o addirittura non voterò. Sono disgustato da questa situazione in cui l’unica alternativa alla tracotanza e alla volgarità della destra sarà il moderatismo clericale dei democratici e i vaniloqui della sinistra. Non voterò. Con la morte nel cuore. E della politica italiana, per il momento, non mi interesserò più.
Alcune domande che mi vengono spontanee dopo gli importanti avvenimenti dei giorni scorsi. È normale che chi ricopre il ruolo di ministro della giustizia accusi i giudici di parzialità, mettendo in dubbio proprio quell’integrità della giustizia che a lui e in primo luogo a lui spetterebbe di affermare e di garantire sempre? È normale che tutti, o quasi tutti, i deputati, di destra e di sinistra per una volta insieme, offrano la loro solidarietà ad un uomo che viene indagato per reati gravissimi? E poi, passando ad un altro argomento: è normale che sia vietato esprimere, da parte dei professori e degli studenti dell’università, un’opinione sul Papa? È normale che si possa dir male di chiunque – ad esempio dei giudici che si limitano a fare il loro mestiere – tranne che del Papa? Viceversa, è normale che il Papa possa tuonare giornalmente contro il laicismo e il permissivismo e la modernità, senza che sia possibile alcuna replica? E ancora: sarebbe pensabile che una università cattolica fosse inaugurata da un intellettuale ateo? Sarebbe pensabile che ad esempio un Odifreddi o un Giorello parlassero in Vaticano senza che la cosa venisse bollata come una provocazione? Mentre al contrario non sarebbe una provocazione che il Papa voglia inaugurare i corsi di una università dello Stato? E a fronte di questo: è normale che le massime autorità della Chiesa, senza che nessuno si scandalizzi, possano pretendere di cambiare una legge dello stato italiano – quella dell’aborto – e di impedire al Parlamento anche solo di discutere una legge, ad esempio, sul matrimonio fra omosessuali? E via domandando, e via domandando…
Leggo le parole pronunciate ieri dal Papa durante una messa nella Cappella Sistina. Soltanto l’uomo – secondo lui – sarebbe destinato a salvarsi: “nelle altre creature, che non sono chiamate all'eternità, la morte significa soltanto la fine dell'esistenza sulla terra”.
Temo che anche per ognuno di noi, come per gli animali, la morte significhi questo e soltanto questo. E tuttavia la speranza è inestirpabile, è legata alle radici più profonde della nostra stessa esistenza. E l’idea del paradiso ne è l’espressione più vivida e luminosa. Ma come pensare ad un paradiso senza animali? Che senso avrebbe, che gioia potrebbe dare? Che cosa me ne farò – mi chiedo – di un paradiso in cui non potrò ritrovare la mia cagnetta morta sei anni fa né questo gattino nero che adesso sta facendo le fusa sopra le mie ginocchia? No, non sarebbe un paradiso, ma qualcosa di simile all’oltretomba pagano: un luogo di oscura tristezza e di inconsolabile nostalgia.
Non abituati alla neve, come siamo noi liguri, ci affascina questa coltre bianca, simile ad un delicato lenzuolo, che si adagia uniforme da mattina a sera, in un chiarore insieme nitido e vagamente sfumato, sui tetti delle case, sulle strade, sulle macchine; e non ci stanchiamo mai di guardare e riguardare dalla finestra questo paesaggio per noi così strano e inatteso. Quando poi, come adesso, la neve si scioglie e viene tramutandosi in una livida fanghiglia – è bastata soltanto un po’ di pioggerella notturna – restiamo delusi come dei bambini cui sia stato portato via un giocattolo; e ci sembra che un sogno si sia eclissato, e la realtà squallida di tutti i giorni si sia riaffacciata senza indulgenza davanti ai nostri sguardi, con un di più di asprezza e, quasi, di prepotenza.

A volte gli incubi si materializzano. Aiuto!
Un anno nuovo. Come un dono – sillabo fra me e me – da accogliere con muta gratitudine. Come una luce minima nel buio, ad est, che trapeli fra il mare e il cielo, in lontananza, a preannunciare, forse, l’alba.
venerdì, 21 dicembre 2007
I hide myself within my flower,
that fading from your Vase,
you, unsuspecting, feel for me -
almost a loneliness.
(Emily Dickinson)
Io mi nascondo nel mio fiore,
perché quando appassisca nel tuo vaso,
senza saperlo, tu senta per me
quasi una solitudine.
Esce di casa prima dell’alba, e si muove nell’oscurità fino a quando sui muri delle case vicino al porto si disegnano le prime trame dorate e i primi fragili riverberi; e poi al tramonto, proprio quando le ultime frange di un argento sfocato riescono ad insinuarsi, ancora per qualche momento nitide, fra le piazzette già oscure ed i vicoli. Cammina lentamente, gli occhi aperti ed assorti, guardando ora da un lato ora dall’altro, ora davanti ora di sbieco. Scruta nel buio: è attirato da ogni vago lucore, da ogni brace nascosta, da ogni minimo balenio fra ombra ed ombra. Ciò che più lo affascina, percorrendo le stradicciole contorte della città vecchia e rasentando i muri scrostati delle case o delle chiese, è la luce misteriosa e inattesa che talvolta vi trapela anche quando tutto è immerso nelle tenebre; e la va perseguendo in silenzio, simile a un cercatore d’oro che fatichi a setacciare, per giorni e giorni, la fanghiglia e la sabbia, per trarne fuori i minuscoli tesori nascosti. Gliene resta nella memoria, quando a notte si chiude nel buio della sua stanza, come un intrico di fosfeni che si sovrappongono a zig-zag, senza alcun ordine apparente; e il senso di una bellezza antica e incomprensibile, di un miraggio che sarebbe vano definire in un’immagine precisa.
giovedì, 13 dicembre 2007
“L’ange ne diffère du démon que par una réflexion qui ne s’est pas encore présentée à lui” (Paul Valéry): l'angelo non differisce dal demonio che per una riflessione che ancora non gli si è presentata alla mente. Come dire che, se appena pensasse un po’ di più, l’angelo si trasformerebbe in un demonio. L’angelo, dunque, non sarebbe che un demonio mal riuscito; e il demonio poco più di un angelo capace di pensare.
giovedì, 06 dicembre 2007
Ci sono stanze, dentro di noi, di cui soltanto una persona custodisce la chiave. A volte neppure quella. Stanze destinate a restare buie e inesplorate, spesso per sempre.
giovedì, 29 novembre 2007
“Eppure, alla domanda: «Per chi scrive?» aveva spontaneamente risposto: «Per nessuno; per il silenzio, forse, che è sempre attesa di qualcuno»” (Edmond Jabès).

Un giorno il Diavolo pianse davanti a Dio, lamentandosi per la propria deformità. Dio, che era infinitamente buono, si commosse, e lo rese di colpo infinitamente bello e luminoso.
Un giorno, di nuovo, il Diavolo pianse davanti a Dio e si lamentò per la propria ignoranza. Dio, che era infinitamente buono, si commosse come prima, e gli donò subito un'infinita sapienza.
Un giorno, ancora, il Diavolo pianse davanti a Dio: si lamentò, questa volta, della propria debolezza. Dio, che era e non cessava di essere infinitamente buono, si commosse di nuovo, e lo rese infinitamente potente.
Subito il Diavolo, allora, afferrò Dio con le proprie mani, ora infinitamente potenti, e lo scaraventò dal cielo sulla terra. Poi, sorridendo, si sedette sul trono più alto.

giovedì, 22 novembre 2007
Alle soglie d’autunno
in un tramonto
muto
scopri l’onda del tempo
e la tua resa
segreta
come di ramo in ramo
leggero
un cader d’uccelli
che le ali non reggono più.

Se gli animali possedessero le parole, è probabile che non farebbero altro che giocarci – come dei poeti felici.
venerdì, 16 novembre 2007
Forse Orfeo ha guardato Euridice senza davvero vederla. Non era neppure più una donna, per i suoi occhi, ma un’immagine sfocata ai margini del campo visivo, una sfumatura di grigio, una minima variazione di quel fondale neutro che doveva essere per lui, ed è per gli occhi di ogni uomo, la porta dell’Ade. Forse invece, al contrario, l’ha vista soltanto in quel momento, come mai prima l’aveva veduta, in quell’attimo preciso in cui i suoi occhi – con la medesima implausibilità della punta di una freccia che si conficchi nella punta di un’altra freccia volante in senso opposto – hanno incontrato d’un tratto gli occhi aperti di lei, e vi si sono fermati, come rappresi in un’estrema stupefazione. Ma era già – lui stesso ne aveva coscienza, ed anzi aveva coscienza di averne coscienza, in quell’istante che sembrava non doversi fermare per lui mai più – oramai troppo tardi.
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Qualche citazione
"Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera" (Giacomo Leopardi, Dialogo di Tristano e di un amico).
"Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v'è altro bene che il non essere: non altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l'universo; non è altro che un neo, un bruscolo in metafisica. L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un'imperfezione, un'irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l'universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla" (Giacomo Leopardi).
"Confessò a se stesso di cercare il paradiso in terra e che era questo il motivo della sua depressione" (Peter Handke).
"Un'intelligenza acuta per distruggermi, e un potere di sogno desideroso di distrarmi... Una volontà morta e una riflessione che la culla come un figlio vivo..." (Bernardo Soares / Fernando Pessoa).
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Qualche libro che ho appena letto
Antonio Tabucchi, Tristano muore (beh non si può dire che sia molto benaugurante per me, ma che farci? Tabucchi è un grande scrittore...)
Bruce Chatwin, Le vie dei canti
Iosif Brodskij, Dall'esilio
Eric-Emmanuel Schmitt, Milarepa
Cees Nooteboom, Il giorno dei morti
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